Conclusioni

Parafrasando Coase, (e il principe Antonio De Curtis), per andare là, dove si dice di voler andare, non bisognerebbe partire da dove siamo arrivati: un tessuto industriale più liquido e “invecchiato” in tutte le sue componenti, a causa di una pericolosa deviazione dalle condizioni di sostenibilità economica, sociale ed ambientale, e dalla distruzione di beni comuni e capitale sociale.

L’analisi con microdati dà conferma di quanto si osserva a livello macroeconomico (Tronti, 2010), mostrando l’entità della distorsione strutturale che nel corso degli ultimi vent’anni ha innestato e alimentato il circolo vizioso: cattivo uso delle risorse, bassa crescita della produttività, bassi salari, continuo peggioramento nella riproduzione del ciclo di vita e abbassamento del grado di fertilità delle risorse stesse.

Oltre alla documentata non consistenza dell’ipotesi di effetti soglia causati dall’articolo 18, di cui si è già detto, un altro importante risultato che la “finestra” dei dati disponibili consente di osservare, è l’assoluta inefficacia regolatrice della “legge Biagi” (legge delega 30/2003 e successivo d. lgs 276/2003).

Nonostante che le polemiche su quei provvedimenti ammorbino ancora il dibattito, osservando le serie dopo l’anno 2003, a qualunque livello di disaggregazione, in tutti i comparti e in tutte le classi di dimensione, nulla di diverso dai mutamenti strutturali già in atto – e dall’andamento del ciclo economico – sembra turbare i diversi trend delle serie storiche, sia dell’occupazione regolare, sia dell’occupazione atipica. Se l’obbligo di valutazione, esplicitamente previsto dalla stessa legge Biagi fosse stato rispettato, il dibattito avrebbe (forse) preso una direzione più costruttiva e più utile, assai prima della crisi del 2007: ad esempio, valutando prima e meglio gli effetti nefasti della segmentazione estrema del mercato del lavoro sulla struttura economica e, dunque, sulla produttività/fertilità delle risorse impiegate.

Quanto è accaduto potrebbe essere raccontato anche come l’effetto dell’azione distorsiva di un doppio monopsonio.

In primo luogo, si è verificato l’effetto di lungo periodo della concorrenza monopsonistica su mercati del lavoro iper-segmentati. Le istituzioni e il legislatore hanno imposto nell’ultimo ventennio, in nome della flessibilità, le condizioni contrattuali di uso del lavoro che hanno progressivamente sbilanciato, a favore delle imprese, i rapporti di forza nelle relazioni di lavoro. Come si è discusso osservando i mutamenti della struttura dimensionale – ma anche a conferma delle previsioni del modello monopsonistico standard – ciò ha determinato la crescita di un tessuto di “più piccole” unità in tutte le tipologie di cluster, ma soprattutto ampliando in modo drammatico il pulviscolo delle nano-imprese sotto i 10 addetti. Inoltre, è stata danneggiata anche la fascia delle medie imprese che, soprattutto nell’assetto produttivo distrettuale, costituiscono un’importante cerniera tra locale e globale.

A seguire, le rendite determinate dal regime di bassi salari non sono però rimaste a lungo nelle disponibilità della platea dei concorrenti monopsonistici. La contendibilità delle risorse – dato il loro basso costo di riproduzione in capo agli utilizzatori – ha reso anche più contendibili prodotti e servizi delle imprese minori: internamente alla divisione del lavoro nelle filiere e attraverso la progressiva trasformazione in rapporti “gerarchici” tra capofila e “terzisti”. La rottura del sistema di regole che ha guidato implicitamente tutti i sistemi di PMI nel corso dello sviluppo economico in tutti gli anni dal dopoguerra (Brusco, 2008), ha ridisegnato nuovi rapporti da parte del ristretto gruppo delle imprese capofila, nei confronti delle imprese a monte. Le imprese maggiori – quelle che sono di più sotto la luce dei riflettori – è diventato così il maggior beneficiario finale dell’estrazione di rendite di monopsonio dall’uso non-sostenibile delle risorse.

In sintesi, la distribuzione del reddito non si è modificata solo tra lavoratori ed imprese, ma anche tra imprese ed imprese, come mostrano i nuovi assetti dimensionali in tutti i comparti nel 2011 (Bigarelli, 2013). Infine, possiamo solo far cenno agli effetti di sofferenza finanziaria provocati, da un lato, da tutti i fenomeni diretti ed indiretti di credit crunch, ma che sono certamente stati amplificati da queste variazioni di assetto strutturale e, quindi, di indebolimento delle performance del tessuto delle imprese minori.

In generale, il punto cruciale per i drammatici effetti macro, soprattutto nel lungo periodo, è la riduzione del grado di sostenibilità del life-cycle delle risorse che ha assunto la dimensione di crescenti diseguaglianze tra tutti gli attori economici.

Infatti, in modo perfettamente speculare, anche assumendo il punto di vista dell’impresa, possono essere espresse analoghe preoccupazioni circa la formazione e lo sviluppo di una cultura organizzativa e la ricerca dei vantaggi del lavorare insieme: assicurare la conservazione e la trasmissione intergenerazionale delle competenze; articolare l’impresa su più funzioni specializzate e coordinate; raggiungere la massa critica necessaria alla R&S; ricercare nuovi mercati, ecc. Dunque, in sintesi, la preoccupazione maggiore è la conservazione della vitalità del tessuto produttivo stesso.

Il pensiero economico standard, sempre preoccupato dei fallimenti del mercato e delle esternalità, in questo caso, tende a guardare altrove.

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