Analisi della letteratura

Come si vedrà nella parte empirica, per valutare gli effetti dell’azione istituzionale sul mercato del lavoro, sono necessari dati che uniscano le informazioni sulle imprese, a quelle relative alle forme di occupazione e la mobilità in ingresso e in uscita nelle imprese stesse (dati LEED). L’obiettivo di questo lavoro non è, però, conoscere meglio il comportamento di un individuo “medio” sapendo in che impresa lavora, o in quale settore è stato occupato durante la sua carriera, i suoi percorsi di mobilità intra e infra settoriali, ecc. Quello che riteniamo cruciale è definire, per gruppi di imprese “omogenee”, in quali condizioni normative sono occupati gli addetti. Il fine è comprendere la relazione tra mutamento nelle modalità organizzative/contrattuali, dinamica strutturale e effetti occupazionali. In sintesi, ciò che interessa il presente studio è il “sentiero di traversa”, seguito da unità di analisi a diverso livello di aggregazione, e l’influenza dell’azione istituzionale nell’evolu­zione di imprese, filiere, comparti e territori.

In letteratura, i filoni che seguono questa prospettiva non sono pochi, toccano diversi livelli di astrazione e si rivolgono a differenti unità d’analisi. Il primo approccio che si può ricordare è lo studio dei processi innovativi – date le macro condizioni (istituzionali, strutturali, finanziarie, ecc.) del sistema – e le competenze/risorse da riprodurre o generare nei processi di cambiamento (Amendola and Gaffard, 1998; Lane et al. 2009; Langlois and Foss, 1999; Morroni 2005). Queste ricerche, pur di grande rilievo teorico, si muovono ad un alto livello di astrazione in cui è difficile individuare unità di analisi operative su cui basare la ricerca empirica. Oppure, al contrario, gli studi sull’innovazione fanno riferimento a una vasta narrativa di casi di studio, buone pratiche, esempi storici, ecc. dove è comunque complesso stabilire, in termini operativi, il peso specifico dei drivers individuati. È quindi assai difficile generalizzare i risultati, confrontare le diverse esperienze e gli effetti delle politiche[1].

Muovendosi in una prospettiva mesoeconomica, le relazioni tra istituzioni, struttura economica e mercato del lavoro erano un potenziale punto d’interesse della New Economic Geography (NEG). Vista però la maggiore attenzione alle condizioni “esterne” e alle imperfezioni di mercato, nei fatti, per esplicita ammissione (Krugman, 1999, p. 159), gli effetti specifici dell’azione istituzionale – pur ritenuti di fondamentale importanza – sono largamente trascurati nei modelli della NEG.

Al contrario, questo non è avvenuto nella ricerca sui Distretti Industriali e sui sistemi di PMI che, soprattutto in Italia, rappresenta un filone di studi di origine assai precedente alla NEG. È vero che, su questo versante, il dibattito si è sviluppato principalmente intorno al ruolo e alla sostenibilità dei sistemi di PMI. Ma il tema dell’interazione tra istituzioni, assetto industriale e mercato del lavoro è a pieno titolo all’interno di questo filone: infatti, molta attenzione è stata dedicata in passato proprio al ruolo dei beni comuni e capitale sociale creati, appunto, dall’interazione tra istituzioni locali, processi produttivi e specifici criteri di impiego delle risorse (Brusco 2008).

Sul piano della raccolta dei dati per la valutazione economica, il risultato principale di una lunga stagione di ricerca empirica è stato quello dell’accreditamento statistico – da parte dell’ISTAT – del concetto di sistemi locali del lavoro e di “distretti”. Queste unità di analisi sono state costruite aggregando comuni limitrofi, interni al raggio di mobilità prevalente delle persone e contenenti cluster d’imprese immaginate essere merceologicamente omogenee. Purtroppo, gli insiemi così definiti non sono affatto “omogenei”. Infatti, può essere completamente oscurata la presenza di strutture economiche determinate, non dalla sola mobilità delle persone, ma anche da istituzioni e regole di comportamento condivise, dalla stabilità delle relazioni economiche di area vasta, dai canali di circolazione delle informazioni, ecc. Ad esempio, in Emilia Romagna, la classificazione ISTAT dei distretti del 2001 – o quella proposta dall’osservatorio Unionfiliere/Unioncamere – trascura la pervasività dell’industria metalmeccanica, o la ricchezza e l’articolazione dell’agroalimentare; quindi lascia in ombra l’azione specifica del primo e del secondo settore della sua economia[2].

Rimane dunque aperto il problema di collegare una struttura produttiva specifica e la sostenibilità nell’uso delle risorse con un database idoneo: a mia conoscenza, gli unici tentativi effettuati vengono dai pochi studi di demografia economica che spiegano le dinamiche del mercato del lavoro proprio dall’interazione tra mutamenti strutturali, transizioni nella struttura demografica e movimenti migratori[3]. Come si vedrà, questa prospettiva ha influenzato in modo rilevante anche l’analisi dei dati che seguirà.

Tutti questi temi non sembrano però interessare i principali filoni del dibattito corrente di Economia del Lavoro. In grandissima sintesi, si è tentato di rappresentare tali studi in tre grandi filoni, raccogliendone alcuni nei tre quadri riportati in Appendice:

a. Valutazioni sull’andamento della produttività e qualità delle risorse.

b. Valutazioni delle distorsioni dimensionali causate dalla EPL: effetti soglia e disincentivi alla crescita delle imprese.

c. Valutazioni dell’azione degli istituti contrattuali sulle condizioni di lavoro: effetti della legislazione (art. 18), EPL e mobilità dei fattori, flex-insecurity e precariato

In Appendice si propone una breve “meta-analisi” dei diversi contributi per ipotesi di lavoro, tipo di modello utilizzato, unità di analisi, base dati e tipo di conclusione di politica economica. La classificazione risulta ovviamente parziale, sia nel numero, sia nella rappresentazione dei risultati dei contributi scelti e, certamente, nel riassumere in modo completo l’effettiva articolazione nelle argomentazioni economiche dei lavori commentati. Crediamo, però, che tali contributi rappresentino comunque degli esempi significativi dell’arco dei temi affrontati, delle ipotesi del dibattito, delle basi dati a cui si riesce ad accedere.

Un primo elemento che sembra interessare quasi tutti i lavori è la grande distanza tra l’anno di pubblicazione dell’articolo e il periodo coperto dal data set analizzato; oppure, sul piano teorico, la inadeguatezza della base dati utilizzata o della scelta di unità d’analisi, troppo aggregate e, quindi, eterogenee. In generale, questo non dipende dall’incuria degli autori, ma dalla gravissima carenza di dati idonei ad una corretta valutazione.

L’assenza più grave e colpevole è costituita dalla mancanza di valutazione istituzionale, soprattutto quando questa era stata prevista esplicitamente dalle leggi di riforma del mercato del lavoro.

L’art.17 del Capo III “BORSA CONTINUA NAZIONALE DEL LAVORO E MONITORAGGIO STATISTICO” del D.lgs. 10 settembre 2003 n. 276 prevedeva che: “Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali impartisce inoltre, entro tre mesi dalla attuazione del presente decreto, le necessarie direttive agli Enti previdenziali, avvalendosi a tale scopo delle indicazioni di una Commissione di esperti in politiche del lavoro, statistiche del lavoro e monitoraggio e valutazione delle politiche occupazionali, da costituire presso lo stesso Ministero ed in cui siano presenti rappresentanti delle regioni e delle province, degli Enti previdenziali, dell'ISTAT, dell'ISFOL e del Ministero dell'economia e delle finanze oltre che del Ministero del lavoro e delle politiche sociali”.

Purtroppo del trascorso decennio, di “ufficiale” restano solo le valutazioni personali dei libri variamente colorati dal sottosegretario/ministro Sacconi[4]. Un ritardo grave che, pur a fronte di un importante potenziale rappresentato dalla grande ricchezza di dati amministrativi di INPS e INAIL, ha danneggiato la produzione scientifica, in primo luogo di enti preposti alla valutazione come ISTAT o l’ISFOL. Infatti quegli archivi, da sempre, sono virtualmente in grado di costituire la base statistica di un censimento permanente con generazione di dati LEED.

È solo in anni recenti che il tentativo un po’ più convinto, da parte del legislatore e della politica, di valutare gli effetti delle azioni di riforma ha potuto usufruire di strumenti più idonei: particolare importanza ha assunto recentemente l’archivio delle comunicazioni obbligatorie, già istituito dal governo Prodi con il Decreto Interministeriale del 30 ottobre 2007 (GU del 27/12/2007), che ha reso obbligatorio l’invio delle comunicazioni relative all’impiego e alle sue variazioni per via telematica, in attuazione di quanto previsto dalla Legge Finanziaria 2007 (L. 296/06). Ma solo il 4/6/2013 si è riusciti ad insediare il gruppo inter-istituzionale per il monitoraggio permanente del mercato del lavoro, iniziando a portare a compimento, dopo dieci anni di ostruzionismo, le indicazioni inattese della legge Biagi: finalmente, la disponibilità di dati ufficiali in serie storica continua ha cominciato a dare i suoi primi frutti.

Sempre in questo quadro, è un indiscusso merito della riforma Fornero aver previsto esplicitamente una valutazione del suo impatto economico. Gli studi che hanno potuto attingere al data-set delle comunicazioni obbligatorie hanno quindi iniziato a misurare empiricamente gli effetti della riforma: ad esempio, si è registrata una sensibile contrazione del ricorso a contratti atipici (a collaborazione, interinali, intermittenti, ecc.) a fronte dell’aumento del lavoro a termine a-causale; oppure, si è potuto valutare il fallimento del contratto di apprendistato come canale principale per l’ingresso di nuovi lavoratori; ovvero, sono emerse le gravissime conseguenze, sull’occupa­zione giovanile, della lungimirante politica economica che ha allungato l’età pensionabile, in un mercato del lavoro già caratterizzato da disoccupazione crescente (ISFOL, 2013a, p.9; 2013b).

Un secondo elemento, che in parte discende dal primo, è la scelta delle unità di analisi nella grande maggioranza degli studi: in generale, sono le imprese individuali o le storie professionali di lavoratori. L’idea guida dell’indipendenza delle forze domanda-offerta, da un lato, orienta la ricerca verso lo studio di un’impresa metafisica indipendente dal ciclo, dalla zona, dal contesto competitivo e, soprattutto, dalla struttura/network della divisione sociale del lavoro in cui è inserita. Dall’altro lato, invece, c’è l’agente razionale in cerca delle migliori condizioni d’impiego delle risorse in suo possesso, condizionato delle asimmetrie informative negli scambi, dei comportamenti opportunistici degli altri agenti o della sua eccessiva propensione al leisure.

L’interesse della letteratura è dunque rivolto, nella grande maggioranza dei casi, ai presunti effetti distorsivi delle politiche e ai fallimenti nel mercato del lavoro che queste determinerebbero (vedi ad esempio la numerosità degli studi sull’EPL). In particolare – prescindendo della pur vasta letteratura sui distretti industriali, dei cui limiti si è detto sopra – è raro che dalla letteratura mainstream emerga un qualche interesse per la valutazione del sistema delle relazioni reticolari prodotte da una specifica divisione del lavoro in un territorio specifico. Quindi, è altrettanto raro trovare un focus sugli effetti strutturali dell’azione istituzionale in grado d’influenzare, simultaneamente, l’assetto produttivo e il ciclo di vita delle risorse.

Un altro elemento che emerge è la differente prospettiva dei diversi contributi, prima e dopo la grande “crisi” del 2008. In generale, ancora una volta per la mancanza di data-set idonei, l’analisi dell’interazione del ciclo economico con la dinamica del mercato del lavoro è gravemente limitata. Da un lato, nel dibattito pre-crisi, la discussione sulla bassa produttività si concentra sugli aspetti dimensionali delle unità produttive e, quindi, sulla verifica di eventuali effetti soglia determinate dalle istituzioni del mercato del lavoro. Ovvero, il lungo dibattito sulla bassa dinamica della produttività e sul declino industriale, si trasforma nell’asfittico e ricorrente dibattito sull’efficienza delle PMI e, a seguire, sugli effetti distorsivi del peso dell’EPL italiana. Nella grande maggioranza dei casi, sia tra i favorevoli sia tra i contrari al sistema delle PMI – e pur di fronte ad una crescita impressionante dei fenomeni migratori dell’ultimo ventennio – si trascurano le relazioni con la dinamica generale dello stato delle risorse e delle competenze, della demografia degli uomini e delle imprese.

La letteratura in periodo di crisi modifica la prospettiva di riferimento: cresce l’attenzione al grado di occupazione delle risorse (CIG, tasso di disoccupazione, NEET, ecc.) e, naturalmente, ai costi dei sistemi di protezione. Cresce anche la consapevolezza dei danni diretti prodotti sulla qualità delle risorse dai contratti atipici, dell’aumento della segmentazione del mercato del lavoro, dell’aumento delle diseguaglianze, della sistematica ricerca di soluzioni organizzative a salari decrescenti: lentamente, si fa strada l’ipotesi “ereticale” che bassi salari (bassa sostenibilità dell’uso delle risorse) determinino un livello di produttività decrescente e che questa relazione – nei fatti – possa essere la migliore descrizione degli effetti di vent’anni di gestione delle politiche del lavoro (e delle risorse naturali) in questo paese. Anche la ricerca che presenteremo più avanti tenta di confermare, appunto, questa linea di argomentazione sul piano micro-meso analitico.

Il prossimo paragrafo sarà dunque dedicato alla definizione di benchmark di valutazione per affrontare lo studio dell’impatto strutturale delle politiche. In particolare, si tenterà di definire in modo operativo il concetto di sostenibilità applicandolo alla teoria dei processi. In particolare – facendo riferimento ai contributi del dibattito sulla struttura e sull’evoluzione delle imprese di cui sopra – si seguirà un metodo euristico di verifica, carta e matita, della corrispondenza tra proposizioni teoriche e osservazioni empiriche. A ricercatori più abili è lasciato il compito di generalizzare o falsificare le linee interpretative proposte.
  1. È altresì vero che queste tipologie d’approccio sono in continua evoluzione (es. la significativa espansione degli studi di network-analysis), e alla ricerca delle condizioni e gli effetti sistemici dell’azione innovativa, ma la base statistica necessaria per le verifiche empiriche e la taratura dei modelli è in ogni caso ancora fortemente limitata dalla carenza di data-set idonei. 
  2. L’errore più macroscopico che emerge da questa classificazione che tenta di associare in modo univoco i territori alla tipologia produttiva (il “distretto del …”) è rappresentato – ad esempio – dalla “invisibilità” dei numerosi comparti che definiscono il settore agroalimentare, come l’area vasta del Parmigiano Reggiano o del Lambrusco, definite da disciplinari che dettano regole stringenti proprio sui “Km 0” delle risorse impiegate, ma che abbracciano più province. Ovvero, lo stesso accade là dove le linee di mobilità generali sul territorio delle persone oscurano la fittissima mobilità strettamente locale di merci e competenze specifiche come nell’area di lavorazione delle carni. Oppure, al contrario, come la presenza pervasiva dell’industria meccanica in tutta l’area vasta – ad esempio lungo tutto l’asse della via Emila – non è rilevata come elemento pervasivo nella cross-fertilization di tutte le altre tipologie d’industria (Russo, 2000; 2008). http://www.osservatoriodistretti.org/category/regione/emilia-romagna
  3. Rimando alla discussione specifica della letteratura relativa a questo filone di studi (Bruni, 1989, 2008; Righi, 2012).
  4. Sarebbe profondamente errato pensare che la mancanza di data set sia frutto di “disattenzione” istituzionale. Il mercato del lavoro è sempre presidiato e una non-azione è sempre il frutto di una specifica scelta di politica economica. Come esempio di scuola, da un lato, della fortissima attenzione al mutamento della normativa e, dall’altro, dell’azione ostile da parte delle istituzioni nei confronti del Lavoro – e a sostegno del potere monopsonistico delle imprese –– non deve essere dimenticata quella condotta da Maurizio Sacconi, ministro del Welfare nel Governo Berlusconi IV: la legge 133 del 6 agosto 2008, a sua firma, ha prontamente abrogato la legge 188 del 17 ottobre 2007, emanata dall’allora governo Prodi, contro le “dimissioni in bianco” (pratica, illegale, tesa ad obbligare i neoassunti a firmare una lettera di dimissioni priva di data, contestualmente alla sottoscrizione del contratto di lavoro), in cui era previsto l’obbligo di un modulo con data certificata. 
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