L’approccio territoriale ai sistemi di gestione ambientale

L’approccio “territoriale” ai sistemi di gestione ambientale ha avuto la propria origine intorno alla fine degli anni ’90, quando sono venute maturando le prime esperienze di frontiera a livello italiano ed europeo che avevano quale oggetto quello della gestione d’impresa declinata su scala territoriale. L’elemento che ha caratterizzato queste prime esperienze, nate quando a livello europeo vigeva ancora la prima versione del regolamento EMAS, era l’orientamento a valorizzare in chiave di prevenzione ambientale le interazioni esistenti a livello locale indotte dalla prossimità territoriale di due o più stabilimenti. Tra le prime esperienze internazionali, è sicuramente meritevole di richiamo quella del 1998 del polo chimico di Gendorf, in Baviera, in cui le aziende del comparto hanno messo a punto un sistema integrato di gestione tecnico – produttiva compatibile con i sistemi di gestione ambientale delle singole aziende, attraverso la predisposizione di un’unica politica ambientale, programmi comuni e un’unica dichiarazione ambientale d’area. La prima iniziativa italiana è datata 1999 ed è stata promossa dal Polo Produttivo Bayer di Filago dove quattro società, caratterizzate da attività produttive diversificate, hanno sottoscritto un accordo per la nomina di un Comitato Ambientale Intersocietario, sovraordinato rispetto alle singole organizzazioni, che ha avuto il compito di predisporre il programma ambientale per l’intero sito e ne ha curato attuazione e controllo (Frey, Iraldo, 2008). Queste prime esperienze, che si basavano su una interpretazione allargata del concetto di sito industriale inteso come “sito allargato” (risultato della sommatoria dei siti industriali ivi localizzati), hanno rappresentato riferimenti essenziali ed utili sperimentazioni per le modifiche apportate nel Regolamento emanato nel 2001 (EMAS II).

Faremo riferimento a quanto originato a partire da tali modifiche, in quanto risalgono a quel periodo alcune delle acquisizioni più interessanti nel merito dell’ EMAS territoriale.

Già nell’art. 11 del Regolamento si fa esplicito riferimento alla necessità di promuovere l’adesione allo schema da parte delle Pmi comprese quelle concentrate in aree geograficamente ben definite, nonché al ruolo che specifici soggetti, esterni alla singola organizzazione che aderisce all’ EMAS, possono avere nella identificazione e valutazione degli aspetti ambientali legati ad un certo contesto. Lo stesso articolo invita le autorità locali ad operare “di concerto” con gli altri soggetti privati al fine di condividere con questi i risultati dell’analisi operata sugli aspetti ambientali d’area, e richiama espressamente alla possibilità, per le Pmi, di utilizzare le informazioni fornite da autorità locali o istituzioni intermedie per definire il loro programma ambientale e stabilire gli obiettivi e i target del loro sistema di gestione EMAS. Quest’ultimo concetto viene poi ripreso e chiarito nell’allegato I B nel momento in cui si richiama esplicitamente alla possibilità per una organizzazione di basare la propria azione su programmi ambientali locali, regionali e nazionali, offrendo espressamente l’opportunità alle aziende di fare affidamento su azioni di natura collettiva. Già nell’art. 11 pare evidente dunque il ruolo attribuito dal legislatore comunitario alle istituzioni intermedie, cioè a quegli attori pubblici e privati (enti locali di governo e di controllo del territorio, rappresentanze di categoria, camere di commercio, organismi territoriali di promozione dello sviluppo locale) che possono operare come intermediari e volano delle iniziative innovative tra le Pmi, sia nel sensibilizzare le organizzazioni verso percorsi di gestione della sostenibilità, ma, soprattutto, nell’identificare e sviluppare possibili iniziative di supporto alle stesse una volta che queste abbiano intrapreso il percorso di implementazione del sistema. A questi soggetti, nelle dinamiche che coinvolgono le Pmi, è attribuito un ruolo di intermediazione e di promozione estremamente importante, ma essi assumono un vero e proprio carattere strategico all’interno dei distretti industriali, dove vengono percepiti da parte degli attori economici come portatori di valori condivisi e chiamati a svolgere attivamente il ruolo di veicolo privilegiato di diffusione dei processi di innovazione[1]. Il ruolo delle attori intermedi nei distretti è stato poi anche analizzato in una prospettiva di sostenibilità non solo ambientale ma anche sociale, nella logica della corporate sustainability and responsibility (Battaglia et alii, 2010).

A queste linee interpretative contenute nel Regolamento ha fatto seguito, nel settembre 2001, l’emanazione della Decisione 681/2001/CE, che ha esplicitato i criteri attraverso i quali individuare le entità da registrare, e la Raccomandazione 680/2001/CE, che ha fornito una serie di interessanti indicazioni operative per l’adesione delle organizzazioni allo schema; entrambi questi riferimenti, riletti in chiave distrettuale, paiono essere in grado di trovare una più semplice modalità di attuazione. All’esplicito richiamo al caso delle “piccole imprese che operano in un grande territorio determinato e producono prodotti o servizi identici o simili” delineato dalla Decisione CE, la Raccomandazione ha affiancato orientamenti destinati ai verificatori EMAS operanti presso Pmi e microimprese, indicazioni relative al coinvolgimento e alla partecipazione dei dipendenti, alla valutazione degli aspetti ambientali e, infine, alla redazione della dichiarazione ambientale. Per quanto riguarda le Pmi e le microimprese, la Raccomandazione stabilisce che il verificatore possa accettare soluzioni di partenariato tra due o più microimprese in un unico sito al fine di condividere risorse ed esperienza pratica nello svolgimento degli audit; seppure non direttamente rivolta ai distretti industriali, questa indicazione ribadisce l’invito alla “condivisione delle risorse” affermato nella Decisione ed evidenzia un chiaro orientamento alla valorizzazione dei vantaggi agglomerativi tipici dei distretti industriali anche in chiave ambientale (Iraldo, 2002). In aggiunta a ciò, la Raccomandazione chiede ai verificatori EMAS di riconoscere e accettare in questi casi anche audit effettuati dalle camere di commercio, dalle associazioni di categoria del commercio o dell’artigianato, dalle organizzazioni locali delle Pmi a livello locale o da altre simili, con un’evidente intenzione del legislatore comunitario di ribadire ulteriormente l’importanza che, nell’ambito delle dinamiche che investono le Pmi a livello territoriale, vengono ad assumere le istituzioni intermedie nel processo di semplificazione nell’adozione dello strumento. Un ulteriore elemento rilevabile dalla stessa Raccomandazione e interessante nella logica distrettuale (soprattutto per quanto riguarda le microimprese) è la possibilità di non formalizzare procedure, ma di fare affidamento su prassi consolidate all’interno delle realtà produttive; questa indicazione ha aperto uno spazio ad interventi e misure consuete per le associazioni di categoria territoriali e settoriali, quali l’elaborazione e la distribuzione di manuali o di modelli di procedura semplificati, basati sulle caratteristiche produttive e tecnologiche tipiche del sistema d’impresa locale o di un certo settore[2]. L’adozione di questi riferimenti da parte di una microimpresa, se adeguati alla realtà aziendale, potrebbe essere sufficiente a garantire ai dipendenti la capacità di operare correttamente per la gestione di un determinato aspetto ambientale. Ancora la Raccomandazione del 2001, nell’allegato dedicato alla valutazione degli aspetti ambientali, ha inserito alcuni importati riferimenti concernenti la connessione esistente fra le attività dell’impresa e il contesto in cui esse hanno luogo. Questi riferimenti richiamano in modo esplicito la necessità per qualunque organizzazione che intenda applicare l’EMAS di valutare i propri aspetti ambientali in relazione agli effetti che essi producono nel contesto ambientale e sociale di propria pertinenza; per effettuare correttamente tali valutazioni, la stessa Raccomandazione suggerisce di interagire e consultarsi con le parti interessate (incluse le comunità locali) e di raccogliere e utilizzare le informazioni detenute dalle istituzioni, dalle camere di commercio o da altri soggetti “collettivi” rilevanti (con un ulteriore richiamo al ruolo che può essere svolto dalle istituzioni intermedie) (Arrighetti, Seravalli, 1999; Battaglia, Iraldo, 2012).

Un ultimo riferimento, successivo ai documenti sino ad ora richiamati, ma che pare avere in qualche modo ribadito concetti ed attese del legislatore comunitario già prima evidenziati, è la Raccomandazione CE 532 del 10 luglio 2003 concernente la scelta e l’utilizzo di indicatori di prestazione ambientale nell’ambito del Regolamento EMAS (questione particolarmente valorizzata nella terza revisione del Regolamento del 2009). Tale Raccomandazione individua come presupposto essenziale la comparabilità dei dati con cui vengono costruiti gli indicatori e, per soddisfare tale presupposto, le organizzazioni vengono invitate a ricorrere ad un metodo di elaborazione unico e comune, al fine di evitare di paragonare elementi eterogenei. Da questo punto di vista, la Raccomandazione riconosce un ruolo specifico e importante alle associazioni commerciali o professionali e alle amministrazioni locali o regionali (oltre naturalmente a quelle nazionali) nella fissazione di questi standard. Le organizzazioni, afferma la Raccomandazione, devono conoscere i parametri di riferimento stabiliti e scegliere i propri indicatori in modo da garantire la comparabilità dei loro dati con questi stessi parametri. Si conferma pertanto la possibilità da parte di attori locali significativi di contribuire in modo rilevante ad un’attività tutt’altro che secondaria nell’ambito dei sistemi di gestione ambientale: la misurazione e il monitoraggio dei dati relativi agli aspetti ambientali considerati importanti per il contesto in cui l’organizzazione opera.

La revisione del Regolamento del 2001 ha posto dunque le basi perché nei diversi contesti territoriali le organizzazioni intermedie iniziassero a valutare le nuove opportunità provenienti dal provvedimento comunitario e potessero ragionare in termini di politiche integrate ambientali a livello territoriale; in questo senso dal 2001 ad oggi si sono moltiplicate le iniziative orientate alla promozione di un approccio “territoriale” ad EMAS, a partire dalle sperimentazioni sviluppatesi per iniziativa diretta del sistema industriale (ne sono esempi l’approccio promosso nel distretto delle sedie di Manzano (UD), il processo attivato nel distretto chimico farmaceutico di Latina, o l’esperienza del Macrolotto 1 di Prato), ad iniziative che hanno ricevuto uno stimolo di matrice pubblica, in particolare da parte di Regioni e Province, e che hanno coinvolto come partner strategico proprio le rappresentanze di categoria operanti su scala locale (ne sono esempi l’esperienza del distretto ceramico di Sassuolo e del distretto chimico – energetico di Ravenna, quella maturata nel distretto conciario di Arzignano, e naturalmente le esperienze maturate in Toscana nel distretto cartario di Capannori con il progetto Pioneer e i processi promossi dalla Regione che hanno coinvolto, oltre a quello cartario, altri due distretti industriali: conciario di Santa Croce s/Arno e tessile di Prato). Complessivamente oggi in Italia si possono contare molte decine di sperimentazioni, complice lo stimolo fornito dal Comitato Ecolabel – Ecoaudit che nel gennaio del 2005 ha deliberato una propria decisione per l’applicazione del Regolamento EMAS agli Ambiti Produttivi Omogenei[3]; tale documento contiene le indicazioni, le semplificazioni e le sinergie che le singole organizzazioni possono sfruttare nel loro processo di adesione ad EMAS quando il distretto nel quale operano abbia ottenuto uno specifico attestato, per il cui raggiungimento la stessa posizione disciplina i requisiti. Tale posizione, che aveva tra gli obiettivi dichiarati quello di avviare un’attività sperimentale sul territorio italiano da valorizzare nel processo di revisione del Regolamento comunitario, è divenuta sin da subito fattore di ispirazione per molte delle iniziative maturate su scala nazionale che a tali requisiti hanno fatto riferimento nel loro processo di implementazione. Intorno alla metà del 2006 l’esperienza della Posizione del Comitato sugli APO (Ambiti Produttivi Omogenei), in unione alle prime indicazioni che le sperimentazioni in corso stavano fornendo, ha trovato il suo consolidamento e la sua formalizzazione nella proposta rivolta alla Commissione Europea da parte della rete CARTESIO[4] (Frey, Iraldo, 2009), denominata “EMAS network”.

Ma quali sono le peculiarità dei distretti industriali che rendono tali sistemi produttivi ambiti privilegiati di politiche di diffusione e divulgazione dello strumento comunitario? Da questo punto di vista si possono identificare due principali ordini di motivi: il primo riferibile alla tipologia di imprese che operano all’interno dei distretti industriali, mentre il secondo relativo specificatamente alle caratteristiche strutturali dei sistemi produttivi distrettuali e alle loro peculiarità quali entità caratterizzate da una specifica dimensione territoriale e socio-economica (Becattini, 1990).

Dal primo punto di vista l’elemento discriminante è dato dalla dimensione delle imprese operanti all’interno dei distretti industriali; le imprese distrettuali in generale sono caratterizzate da una dimensione piuttosto piccola e risultano, dal punto di vista del processo, fortemente specializzate (con una conseguente elevata integrazione tra le attività svolte da parte di ciascuna rispetto alle altre, in una logica di filiera produttiva). Queste tipologie di imprese, proprio a causa della forte interdipendenza con le altre del settore e per effetto della limitata dimensione, sono state quelle che hanno dimostrato sin dall’uscita della prima versione del Regolamento le maggiori difficoltà nell’affrontare i problemi connessi alla gestione ambientale, evidenziando una scarsità di idonee risorse economiche ed umane utili ad affrontare i costi e gli oneri di un percorso strutturato verso l’adozione di strumenti volontari. In questa logica il tema dell’innovazione gestionale si interseca in modo rilevante con il tema della competitività delle aziende e del trasferimento dei vantaggi di una gestione eco-compatibile in termini di risultato economico. Ciò premesso, l’approccio distrettuale ai sistemi di gestione ambientale si pone come un metodo che mira a fornire alle organizzazioni industriali di piccole e medie dimensioni quegli strumenti utili all’adesione agli standard ambientali di processo, garantendo loro una limitazione significativa dei costi che tale processo di adesione comporta. All’interno dei distretti industriali, infatti, proprio la specializzazione delle produzioni e la dimensione delle imprese permettono di pensare al sistema produttivo locale come ad un’area industriale sufficientemente omogenea dal punto di vista dei metodi di produzione, del livello tecnologico e delle scelte organizzative e gestionali; la comune matrice tecnologica e organizzativo-produttiva delle imprese di un distretto si può tradurre in comuni problematiche ambientali da affrontare attraverso la proposizione di soluzioni collettive sia di tipo tecnico-impiantistico che di tipo gestionale. Sul piano tecnico già dagli anni ’70 (periodo dell’uscita delle prime vincolanti normative in tema ambientale) molti distretti industriali hanno sviluppato soluzioni che mirassero (nella tradizionale logica delle economie di distretto) a limitare gli impatti prodotti da alcune specifiche fasi dei loro processi, operando investimenti ingenti in infrastrutture collettive capaci di ridistribuire e limitare i costi complessivi dell’opera: ne sono esempi gli impianti consortili di depurazione sorti in molti comprensori industriali per la raccolta dei reflui provenienti dalle aziende locali, o gli impianti di approvvigionamento idrico industriale (c.d. acquedotti industriali) che permettono il recupero e il riutilizzo delle acque scaricate da parte delle stesse aziende e il loro reintegro negli stessi processi [5].

Quanto sopra richiamato viene ad integrarsi perfettamente con il secondo ordine di motivi che permettono di identificare i distretti industriali come un contesto privilegiato di adozione dei sistemi di gestione ambientale; la questione in questo caso si può spostare dalla dimensione strettamente tecnica a quella sociale e territoriale. Dal punto di vista territoriale le attività insediative, produttive e commerciali delle imprese distrettuali incidono sullo stesso ecosistema locale, caratterizzato da specifiche e ben definite caratteristiche ambientali; gli effetti cumulativi delle pressioni esercitate dalle Pmi si indirizzano quindi sui medesimi bersagli presenti sul territorio andando ad agire sugli stati qualitativi dei medesimi vettori recettori (stessi corsi d’acqua dove vengono conferiti scarichi caratterizzati dalla presenza di analoghe sostanze inquinanti, medesimo contesto aereo in cui vengono immessi gli stessi inquinanti risultanti dai processi produttivi, ecc.). Infine sul piano sociale un ultimo aspetto riguarda il rapporto con i medesimi interlocutori locali: interagire con la stessa comunità, le stesse istituzioni, gli stessi organi di controllo a livello locale implica, per le imprese del distretto industriale, confrontarsi con identiche esigenze e richieste riguardanti la qualità dell’ambiente. Questo aspetto si fonda con il tema del ruolo delle istituzioni intermedie trattato in precedenza e assume fondamentale rilevanza dal momento in cui si consideri la significatività di un problema ambientale come dipendente dal modo in cui questo è percepito socialmente; inoltre anche in questo caso, date l’omogeneità delle attività industriali, la contiguità fisica e la frequente impossibilità di attribuire gli effetti ambientali a una o all’altra unità produttiva, le imprese del distretto vengono considerate dagli interlocutori locali all’atto pratico quasi un’unica entità, cui richiedere un approccio quanto più possibile omogeneo alla soluzione delle criticità ambientali dell’area su cui svolgono la loro attività (Iraldo, 2002).

L’approccio all’” EMAS network” nasce proprio su questi presupposti, con l’obiettivo specifico di definire un metodo condiviso, efficace ed economicamente vantaggioso per le imprese, di gestione ambientale a livello locale, mirando a coinvolgere tutti gli stakeholder nelle azioni di miglioramento delle prestazioni ambientali del territorio. L’approccio fa affidamento sulla natura dei processi industriali, delle relazioni sociali e delle strette interazioni fra gli stakeholder rintracciabili all’interno dei distretti, e trova nell’identificazione di una entità sovraordinata cui trasferire la responsabilità di governare il processo il momento di attivazione dell’intero percorso.

Sinteticamente si possono elencare i principali passi che a livello distrettuale le autorità locali, di concerto con le associazioni di categoria, le camere di commercio e le altre parti interessate sono chiamate a delineare al fine di un riconoscimento di tipo distrettuale; quanto delineato in seguito è il risultato di quanto emerso nel corso dei progetti sviluppati in Regione Toscana e, soprattutto, dell’esperienza maturata nel progetto Life-Pioneer della Provincia di Lucca (Frey e Iraldo, 2008): tali esperienze hanno fornito una base applicativa da cui è discesa la seguente metodologia (Battaglia et alii, 2008; Battaglia et alii, 2012) in grado di rispondere ai requisiti della proposta EMAS Network:

  • istituzione formalizzata di un organismo di promozione (Comitato Promotore), costituito da soggetti pubblici e privati rappresentativi degli interessi collettivi del Distretto;
  • effettuazione di una Analisi Ambientale Distrettuale, condivisa nel metodo da parte di tutti i soggetti appartenenti al Comitato Promotore e da ciascuno di questi approvata, in grado di identificare, descrivere, quantificare e valutare le criticità del territorio distrettuale di riferimento e le pressioni esercitate su questo dalle attività produttive caratterizzanti l’area;
  • definizione di una Politica Ambientale di Distretto, condivisa da parte di tutti i soggetti appartenenti al Comitato Promotore e da ciascuno di questi sottoscritta, capace di esprimere a livello distrettuale gli obiettivi e i principi generali di azione rispetto all’ambiente;
  • definizione di un Programma Ambientale di Distretto, condiviso da parte di tutti i soggetti appartenenti al Comitato Promotore e capace di coinvolgere anche soggetti esterni a questo, contenente gli impegni concreti e quantificati per la realizzazione degli interventi ritenuti prioritari e strategici per il distretto;
  • attivazione di un sistema di comunicazione indirizzato a tutte le parti interessate e all’opinione pubblica, avente come oggetto l’insieme delle iniziative promosse a livello distrettuale, nonché un dettaglio su tutti i passi sviluppati nel processo di adesione ad EMAS da parte del distretto. E’ anche auspicabile la messa a punto di uno specifico strumento (Rapporto ambientale o, meglio, Dichiarazione Ambientale di Distretto) condiviso da parte di tutti i soggetti appartenenti al Comitato Promotore e che miri a valorizzare il contributo fornito da questo verso il miglioramento ambientale dell’area distrettuale.

Oltre alle attività sopra richiamate (considerate essenziali per l’ottenimento del riconoscimento), l’applicazione di EMAS a livello distrettuale prevede la messa a punto da parte dell’Organismo di Promozione di una serie di attività e risorse addizionali che possono essere ricondotte a due macrocategorie:

  • implementazione, al fine del perseguimento dei principi espressi nella Politica Ambientale Distrettuale e del raggiungimento degli obiettivi fissati nel Programma Ambientale di Distretto, di una serie di risorse e attività a supporto della Gestione Ambientale Distrettuale;
  • pianificazione ed effettuazione di Audit Ambientali Distrettuali orientati a valutare lo stato di avanzamento di Obiettivi e Traguardi contenuti nel Programma Ambientale di Distretto e a valutare l’efficacia dell’azione di supporto erogato alle singole organizzazioni del Distretto nel loro processo di adesione agli obiettivi fissati nel Programma Distrettuale (ivi compreso il processo di adesione allo schema EMAS).
L’approccio sopra descritto ha avuto numerose applicazioni in Italia, un quadro delle quali è riscontrabile in Cartesio (2012)[6] e in alcune pubblicazioni a cui rimandiamo per analizzare i risultati che tali progetti hanno avuto negli scorsi anni (ne sono esempi: Daddi et alii, 2012; Testa et alii, 2012). Anche per l’ EMAS distrettuale, come per l’ EMAS tout court, si pone oggi la necessità di rinnovare e rilanciare uno strumento, collegandolo con ulteriori iniziative quali le Apea (Area Produttive Ecologicamente Attrezzate), le politiche per il clima, le tecnologie più pulite proprie della Direttiva IPPC, le politiche di sviluppo turistico locale, nonché le politiche di prodotto, nella prospettiva del ciclo di vita di cui andiamo a parlare nel prossimo paragrafo (Battaglia, Iraldo, 2012; Daddi et alii, 2013; Battaglia et alii, 2012).
  1. Sul tema del rapporto tra innovazione ambientale e distretti cfr. specificatamente Dansero E. (1996), Iraldo F. (2002), Montini A. e R. Zoboli (2004), Frey e Iraldo (2009).
  2. Solo per fare due esempi si possono ricordare: “I sistemi di gestione ambientale e la loro certificazione – manuale pratico per l’implementazione da parte delle Pmi” – 2004 redatto dall’Associazione Industriale Bresciana e dalla CCIAA di Brescia, “Guida Ambientale – progetto Ecogestione”, 2001 di Assocarta.
  3. Posizione del Comitato per l’Ecolabel e per l’Ecoaudit sull’applicazione del Regolamento EMAS sviluppato in ambiti produttivi omogenei. Tale posizione, anche a seguito dei contributi giunti dalle diverse sperimentazioni, ha subito nel tempo una serie di revisioni, seppure lo schema di base e gli intenti iniziali siano rimasti sempre gli stessi.
  4. Acronimo per Cluster, Aree Territoriali e Sistemi di Impresa Omogenei.
  5. Per una rassegna di alcuni interventi a carattere tecnologico che sono stati promossi su scala distrettuale, cfr. Montini A. e Zoboli R. (2003) e Cartesio (2013).
  6. L’indagine del 2012, la settima realizzata da Ambiente Italia, considera ben 100 distretti italiani che hanno adottato sistemi di gestione territoriali. Sulla base della metodologia di valutazione utilizzata, che prevede l’assegnazione di un punteggio ponderato sulla base delle politiche attuate, i distretti che hanno realizzato le migliori azioni indirizzate alla sostenibilità sono localizzati in Toscana (il tessile di Prato, il cartario di Capannori, il conciario di Santa Croce). Seguono il distretto ceramico di Sassuolo (Emilia Romagna), i conciari di Arzignano (Veneto) e Solofra (Campania), il mobile del Livenza (Friuli VG), l’agroalimentare del Parmigiano Reggiano (Emilia Romagna), il mobile di Pesaro (Marche), la metalmeccanica ed elettronica del Canavese (Piemonte).
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