Premessa

Utilizzo delle risorse e evoluzione della struttura delle imprese in un’area ad alta densità industriale (Modena 2000-2011).

di Enrico Giovannetti[1]

Quello che penso sia importante è che gli economisti non studiano il funzionamento del sistema economico … È come se un biologo studiasse la circolazione del sangue senza il corpo… [Il] sistema economico è estremamente complicato. Si hanno piccole e grandi imprese, aziende differenziate o strettamente specializzate, verticalmente integrate o che svolgono una singola fase; inoltre ci sono organizzazioni non-profit ed enti governativi – e tutto legato insieme, tutto operante nel sistema totale. Ma come una parte si confronta con un’altra, come sono interrelate, come davvero funzionano – non è quello che si studia. Quello che è sbagliato è non guardare al sistema economico come oggetto di studio … Penso che la chiave per sviluppare un’analisi sensata sia confrontare i risultati di un cambiamento delle attività e i costi delle transazioni necessarie ad ottenerlo … Naturalmente i costi transattivi dipendono dal funzionamento del sistema giuridico. Tali costi dipendono anche da sistema politico, dal sistema formativo e sono interrelati con altri sistemi sociali”. (Coase, 2002, p.3)

Therefore, the overall picture that emerges is not necessarily one in which technology is the only factor affecting the distribution of income. On the contrary, the underlying thesis of this essay is that technology itself is no more than an endogenous actor. To explain the changes in the distribution of income, and to forecast what other changes may happen in the future, we need to understand the forces that shape technological progress, and how technology interacts with the overall organization of the labor market.” (Acemoglu, 2002, p. 13)

Il punto in discussione, analizzato anche con dati empirici originali di tipo LEED (Linked Employer Employee Data), riguarda i danni prodotti al sistema delle imprese, causati dall’uso non sostenibile delle risorse umane. La sostenibilità sarà un concetto chiave nell’argomentazione che segue: proporremo una definizione precisa del concetto discutendo le sue implicazioni rispetto al significato corrente di “efficienza paretiana”.

L’ipotesi guida è che l’uso non sostenibile delle risorse segna in modo negativo anche il sentiero di sviluppo dell’intero sistema delle imprese. Nello studio faremo particolare riferimento alle condizioni d’impiego del Lavoro. L’analisi dei dati cercherà di mostrare come i mutamenti istituzionali introdotti alla fine degli anni ’90 e all’inizio del millennio abbiano fortemente indebolito la struttura industriale. La proliferazione di contratti e forme di partecipazione atipiche – utilizzati principalmente per tagliare le retribuzioni e fluidificare il lavoro – da un lato, hanno causato un peggioramento nella qualità dell’occupazione e, dunque, nella qualità delle risorse utilizzate; dall’altro lato, hanno favorito la crescita di una nuova popolazione di imprese marginali.

Per discutere questa ipotesi, il principale punto di riferimento teorico – ancora in grado di far compiere rilevanti passi analitici – è il contributo originale di Ronald Coase (1937[1991]; 1987) sulla natura dell’impresa e dei costi sociali, (Barzel and Kochin, 1992). In sintesi, se è vero che l’inquinamento non è una “esternalità” – ma corrisponde a uno specifico utilizzo, privato e sociale, dell’Ambiente come risorsa economica – altrettanto, la “cattiva” occupazione, così come la “disoccupazione”, si associa ad un uso specifico, privato e sociale, del Lavoro come risorsa. Tutto questo avviene in relazione stretta con l’azione di una particolare “struttura istituzionale della produzione” che caratterizza un ambiente economico in un determinato momento storico: all’interno di tale assetto istituzionale, le condizioni di utilizzo dell’Ambiente e/o del Lavoro – quindi la definizione della loro natura di risorse economiche – sono stabilite storicamente dal diritto, dalle consuetudini e dai contratti; quindi, sono in relazione specifica con il funzionamento delle istituzioni e direttamente condizionati dagli effetti della politica economica (Coase, 1992; 1998).

Nel framework teorico che guida la discussione seguente, il problema della disoccupazione si presenta, dunque, come “distruzione” di risorse, ovvero, più precisamente, come l’insieme delle circostanze istituzionali che ostacolano il loro life cycle economico: creazione, uso, riproduzione. Quindi, nelle argomentazioni che seguiranno, la “disoccupazione” – o, più in generale, il cattivo uso del Lavoro – è un fenomeno logicamente non imputabile ad un malfunzionamento del mercato ma, al contrario, a specifiche azioni istituzionali – che comprendono anche le non-azioni o le azioni ostili – tali da determinare la natura, lo stato e, dunque, in una prospettiva evolutiva, la fertilità stessa delle risorse nel ciclo economico.

Il lavoro è diviso in tre parti. Il paragrafo seguente discute alcuni esempi dell’ampia letteratura che affronta l’interazione tra struttura istituzionale e impiego del Lavoro da due differenti punti di vista: le conseguenze delle regole contrattuali sull’occupazione in termini di quantità, di qualità, e come probabilità d’impiego nel periodo medio lungo. Il secondo versante esplorato dalla letteratura, è la relazione tra regole del mercato del lavoro e vincoli al funzionamento ottimale (presunto) dell’impresa. In tale prospettiva si sono condotti svariati test sull’andamento della produttività, della dinamica di investimenti e crescita; in particolare, è stata ricercata la formazione di un “effetto soglia”, come indice di una probabile anomalia causata dai vincoli nel funzionamento del mercato del lavoro.

In sintesi: da un lato, in letteratura si sono analizzati gli “effetti”, ad esempio, della legge Biagi sulla struttura dell’occupazione e, dall’altro, quelli dell’articolo 18 sulla struttura delle imprese. Dati questi temi ricorrenti, quello che appare davvero singolare – tanto da far sospettare un’autocensura di tipo ideologico – è che ci si ponga raramente il problema del “viceversa”: eventuali effetti negativi della legge Biagi (o del pacchetto Treu) sull’assetto e sull’evoluzione della struttura produttiva. Ovvero, cercare l’impatto dell’articolo 18 sulla dimensione delle imprese, ma “dimenticando” di misurare anche gli effetti di altre istituzioni attive: ad esempio la normativa sull’artigianato.

Oppure ancora, a fronte della granitica certezza sulla rigidità del mercato del lavoro italiano, è praticamente assente una valutazione comparata della reale entità e dell’impatto strutturale della mobilità. In sintesi, non sembra esistere un coerente corpo analitico basato su dati LEED – in serie storiche di periodo lungo, in grado di coprire l’ultimo quindicennio – per valutare quanto la legislazione, in tutte le sue articolazioni, abbia influenzato la composizione e l’impiego delle risorse, l’assetto dimensionale e, dunque, i rendimenti dell’intero apparato produttivo[2]. Non esiste, dunque, in letteratura una valutazione microfondata degli effetti strutturali di lungo periodo delle grandi riforme del mercato del lavoro dell’ultimo ventennio.

La seconda parte affronta le ragioni di questi vuoti analitici attribuendoli – in primo luogo – alla cattiva definizione del concetto di “risorsa” e, di conseguenza, le aporie che caratterizzano ancora la teoria dell’impresa. Infatti, una cattiva comprensione della natura delle risorse – in modo puramente quantitativo e non strutturale/relazionale (Coase, 2002) – rende ambigua anche la spiegazione della distribuzione dimensionale delle unità economiche che le utilizzano, la misura dei rendimenti di scala, la dinamica della produttività, la sostenibilità del sentiero di crescita e, dunque, tutti gli aspetti che danno significato economico al concetto stesso di “domanda” di lavoro. Tale vuoto teorico è in ultima istanza una delle principali cause – pur nella potenziale abbondanza di dati amministrativi su imprese e occupazione – della gravissima carenza di data-set pensati per una valutazione sistematica dell’evoluzione della struttura produttiva e, dunque, della reale evoluzione delle modalità nell’impiego delle risorse, dei fabbisogni formativi, dei costi di riproduzione del sistema, ecc.

Le difficoltà teoriche sulla natura dell’impresa si rispecchiano puntualmente anche negli studi che tentano di associare una distribuzione statistica delle unità produttive, ai meccanismi della crescita/evoluzione dei sistemi economici a diverso livello di aggregazione. Il vizio analitico è sempre lo stesso: spiegare la distribuzione delle imprese, partendo da una idea preconfezionata di dimensione ottima di equilibrio, e non dall’azione continua dei network – a geometria variabile – che si formano nel processo di divisione sociale del lavoro. In attesa di una sistemazione più rigorosa, il presente lavoro propone alcune ipotesi sui possibili criteri economici di scelta delle distribuzioni statistiche attese, utilizzabili empiricamente come benchmark nei processi di cambiamento.

Infine, nella terza parte del lavoro, si analizzeranno dati INAIL di tipo LEED, dal 2000 al 2011, relativi all’evoluzione del tessuto produttivo dei principali comparti presenti in provincia di Modena. Sarà discussa la dinamica della struttura dimensionale delle imprese, l’occupazione, le tipologie contrattuali, e gli effetti dell’interazione di queste variabili sull’evoluzione – e i gravi danni arrecati all’assetto – della struttura produttiva di una delle zone più dinamiche del paese.

Il lavoro termina con alcune (amare) conclusioni sul livello e sulle prospettive dell’attuale dibattito politico.
  1. Dipartimento di Economia Marco Biagi - Centro per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (CAPP) - Università degli studi di Modena e Reggio - mail
  2. Ad esempio, non esistono lavori a livello microanalitico che tentino di spiegare il paradosso di un paese con il più alto numero di ore lavorate pro capite e la più bassa produttività del lavoro nella UE.
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