Analisi dati

Una premessa sul contenuto e la costruzione del data set è indispensabile.

I dati che saranno commentati provengono dagli archivi INAIL e riguardano le imprese della provincia di Modena relativamente al periodo 2000-2011. Sono stati preventivamente scelti tutti i comparti manifatturieri (codici ATECO 2002 a 4 cifre) che al momento del censimento 2001 occupavano più di 1000 addetti con contratti regolari. L’archivio INAIL, così come quello INPS, sono gli unici da cui è possibile estrarre un data-set dinamico di tipo LEED. Tali fonti sono ricchissime ma, nei fatti, inaccessibili[1].

Nonostante le difficoltà di accesso, i dati resi disponibili risultano coerenti con le ipotesi di lavoro. In particolare, non ci si è occupati di ciò che fa un singolo lavoratore che appartiene ad una certa azienda in un determinato lasso di tempo: infatti, come si è frequentemente ricordato, l’unità di analisi del presente studio non sono le singole transazioni tra lavoratore e impresa. Quanto si è cercato di osservare è quel che accade alla struttura delle relazioni tra imprese – a fronte del ciclo economico e dei mutamenti legislativi e istituzionali – quindi, a seguire, l’impatto nell’uso e nelle tipologie delle risorse che queste occupano, le conseguenze che tali scelte producono nella divisione del lavoro e, infine, il grado di sostenibilità dei nuovi assetti. La storia che i dati disponibili raccontano è drammatica.

Analisi aggregata[modifica | modifica wikitesto]

Si osservino i dati riportati nelle quattro finestre di Figura 13, relativi ai principali comparti manifatturieri della provincia.

La Figura 13a mostra l’andamento complessivo dell’occu­pa­zione del periodo: è facile osservare l’effetto del ciclo economico e, in particolare, i gravi effetti della crisi iniziata nel 2008. Come si può vedere, però, l’economia modenese seguiva già un trend di contrazione dell’occupazione primaria, a tempo indeterminato, che la crisi ha accelerato.

Le barre sotto la curva sono misurate nella stessa unità di misura e mostrano invece i flussi annui di mobilità in uscita, in ingresso e la costruzione di nuovi posti di lavoro (o la loro distruzione).

Figura 13 – Macro-variazioni dell'occupazione e mobilità del lavoro nei comparti manifatturieri a Modena nel periodo 2000-2011

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Fonte: elaborazione propria dati INAIL

In un mercato del lavoro costantemente descritto come “rigido”, l’ordine di grandezza dei flussi di lavoratori in mobilità è enorme: in media circa un terzo degli addetti modificano ogni anno la loro posizione lavorativa, sia contrattuale, sia fisica muovendosi da impresa ad impresa. Inoltre, tali flussi sono fortemente prociclici: alti quando la dimensione dell’attività economica cresce, bassi quando si contrae.

Una tale relazione confligge in modo netto con l’immagine scolastica dell’indipendenza delle curve di domanda/offerta di lavoro. Infatti, gran parte di questi movimenti derivano innanzitutto dalla natimortalità delle imprese e dalla domanda generata dalla sostituzione di lavoratori da posto di lavoro a posto di lavoro. Gli effetti dei cambiamenti strutturali come l’espansione o la contrazione della dimensione complessiva delle filiere, determinati dalle variazioni nei livelli di domanda aggregata, sono assai più contenuti. In generale, tutti questi flussi di mobilità in ingresso e in uscita non hanno niente a che vedere con la produttività “marginale” del lavoro, bensì con il numero totale delle “sedie” disponibili permesse dal livello generale di attività economica e da un determinato assetto nella divisione del lavoro.

Quanto detto non implica che la scelta del tipo di lavoro – nel senso della tipologia del contratto di lavoro – non sia importante e che non abbia conseguenze strutturali. Si è visto sopra, che il cambiamento delle tipologie contrattuali può modificare la struttura stessa dei processi e, nel periodo medio-lungo, la stessa tecnologia. La Figura 13b confronta l’andamento dell’occupazione regolare con quello che ha caratterizzato sia i contratti atipici sia l’utilizzo della manodopera immigrata: quindi l’andamento dell’occupazione delle quote deboli della forza lavoro.

La figura non ha bisogno di molti commenti: sia il maggiore fabbisogno in fase espansiva, sia la repentina caduta della domanda in periodo di crisi, si “scaricano” in maggiore misura sulle quote deboli – atipici e immigrati – usate come ammortizzatori di breve, a fronte di una costante riduzione dell’occupazione complessiva in tutto il periodo. Ma questo non basta: quelli appena mostrati sono solo dati di flusso, prodotti dai cambiamenti strutturali del periodo. Le ipotesi del lavoro e l’analisi teorica – proposta sopra – suggeriscono che l’uso del lavoro atipico avrà effetti non neutrali sulla struttura stessa. In particolare – viste le istituzioni che regolano il mercato del lavoro dalla fine degli anni ’90 e il crescente uso del lavoro atipico – le previsioni teoriche sono di un progressivo downsizing delle imprese e/o dell’ingresso di nuove popolazioni di microimprese, del loro sviluppo, ovvero l’aumento del peso delle “più piccole” imprese in tutti i cluster osservati.

Una prima visione aggregata e generale di tali variazioni strutturali viene dalla Figura 13c e dalla Figura 13d che analizzano gli andamenti occupazionali in serie storica e per classe di dimensione dell’impresa. In particolare, la Figura 13c mostra come si distribuisce l’occupazione per classe di dimensione delle imprese: è facile costatare che gli addetti sono polarizzati, da un lato, nel gruppo delle imprese sopra i 250 addetti, e dall’altro, distribuiti soprattutto nel gruppo delle imprese piccole-medie. Conoscendo il tessuto produttivo che caratterizza, non solo Modena, ma tutto il Nord Est, questa distribuzione non stupisce. Quello che deve essere notato è che la perdita di occupazione non è però distribuita in modo omogeneo: le classi di dimensione “più piccole” dei cluster riconoscibili (vedi sopra) hanno tutte un aumento relativo dell’occupazione maggiore – o una contrazione minore – rispetto alle altre classi.

La natura dei dati ci impedisce di operare un test diretto della “legge di Gibrat”: dato che l’unità di analisi sono le classi di dimensione, è impossibile sapere da quali flussi occupazionali – di addetti assunti/licenziati o imprese entrate/uscite – queste siano alimentate, o che abbiano ceduto ad altre classi, nel corso del tempo. Ma, se quanto ipotizzato è corretto, dovremo attenderci uno spostamento generalizzato verso le dimensioni minori dei diversi cluster, alimentato dai flussi di addetti ed imprese provenienti, con maggiore probabilità, dalle classi superiori limitrofe[2].

Questo sembra essere appunto l’andamento generale riportato nella Figura 13d: il colore viola indica una variazione positiva dell’occupazione in quella classe rispetto agli occupati nel precedente anno nella medesima classe di dimensione; il colore verde, al contrario, mostra una contrazione dell’occupazione in quella classe rispetto al precedente periodo. Se la legge di Gibrat fosse verificata, osserveremmo un alternarsi casuale di “picchi” e di “valli”, di segno e ampiezza indipendenti dalla classe di dimensione. Al contrario, come si vede, le variazioni positive riguardano sempre – nell’anno e in serie storica – soprattutto le classi di dimensioni minori dei differenti cluster. Dall’inizio della crisi la diminuzione è generalizzata, ma ancora relativamente più intensa nelle dimensioni maggiori.

Analisi per comparto naif[modifica | modifica wikitesto]

È giunto il momento di verificare la relazione diretta tra uso dei contratti atipici ed effetti strutturali: in primo luogo, se questa relazione non ci fosse, osserveremmo una distribuzione casuale dei contratti atipici (parasubordinati e interinali nella definizione INAIL) per classe di dimensione delle imprese e per periodo.

La Figura 14 mostra – pur se in modo molto naif – che nel sistema delle imprese modenesi esiste una precisa incidenza nell’uso dei contratti atipici, concentrata in particolari classi di dimensione: in particolare nelle microimprese e nelle dimensioni medie 50-100 addetti, corrispondenti alle più piccole imprese di quel cluster. Inoltre, la distribuzione dei lavori atipici si modifica nel tempo spostandosi progressivamente, ancora una volta, soprattutto nelle dimensioni minori.

In sintesi, l’uso del lavoro atipico sembra aver avuto una duplice funzione: da un lato, ha garantito la sopravvivenza ad imprese che altrimenti avrebbero dovuto essere razionalizzate; dall’altro, è stato un “preludio” ad una riduzione successiva, strutturale, delle dimensioni medie del cluster, grazie all’aumento del peso delle “più piccole imprese”. Quello che la Figura 14 mostra è comunque l’effetto aggregato di micro-meso fenomeni interni alle singole filiere. Se cambiamo unità di analisi e osserviamo quanto è avvenuto nei singoli comparti, abbiamo modo di osservare il fenomeno del downsizing in tutti i comparti nella sua drammatica evidenza (Figura 15).

Figura 14 - Confronto fra l'incidenza dei contratti atipici e variazioni strutturali per classe di addetti e anno nei comparti manifatturieri con più di 1000 addetti in provincia di Modena (2000-11)

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Fonte: elaborazione propria dati INAIL

È altresì importante sottolineare che non tutti i settori si comportano nello stesso modo. Infatti, le ragioni di tali differenze gettano nuova luce sulle relazioni tra uso specifico delle risorse, mutamenti strutturali e mercato del Lavoro. Il nucleo esplicativo è però sempre lo stesso: l’azione organizzativa interna alle diverse filiere e cluster, date le opzioni contrattuali offerte delle istituzioni del mercato del lavoro e, dunque, il cambiamento nel profilo make-or-buy dei processi[3]. I differenti mutamenti strutturali poi, a loro volta, determinano differenti andamenti nei flussi in entrata e uscita del lavoro. A questo proposito, la Figura 16 mostra appunto tre esempi di pattern radicalmente differenti di mobilità del lavoro, per ampiezza e trend. La tecnologia e i suoi mutamenti – sostenibili o lesivi dell’integrità delle risorse – sono il portato storico di tali processi di trasformazione nella divisione sociale del lavoro.

Figura 15 – Incidenza dei contratti di lavoro atipico e mutamenti strutturali nella distribuzione delle imprese per classe di dimensione e per anno nei principali comparti della manifattura modenese (2000-2011)

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Fonte: elaborazione propria dati INAIL

Figura 16 - Esempi di differenti pattern di mobilità nei comparti di Modena 2000-11

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Fonte: elaborazione propria dati INAIL

In un regime di flex-insecurity, e a salari reali stagnanti o decrescenti, altri due fenomeni paralleli si sono sviluppati determinando – come si vedrà tra breve – l’ultima e più grave conseguenza: l’espulsione della forza di lavoro giovanile dai processi produttivi. I due fenomeni sono, in Figura 17a, il basso tasso di investimenti nella manifattura – e presumibilmente bassi tassi d’innovazione – insieme all’ampio e crescente utilizzo di manodopera immigrata, soprattutto a bassa qualificazione (Figura 17b). Entrambi i fenomeni, ancora una volta, impattano negativamente sulla “fertilità” delle risorse – in essere e in divenire – siano esse risorse naturali e territoriali, o infrastrutturali, oppure relative alle competenze, al capitale umano e sociale[4].

Le conseguenze finali, che riteniamo essere l’indicatore più preoccupante della situazione di oggettivo “declino”, è l’espulsione dei giovani dai processi lavorativi, in tutti i comparti investigati, e durante tutto il periodo esaminato: se non c’è posto per i giovani nelle imprese oggi, non ci sarà certamente spazio per quelle imprese sui mercati in futuro. Questa conclusione trova importanti elementi di conferma nella Figura 18a.

Dall’immagine dell’incidenza dei contratti atipici per classi d’età in Figura 18b emerge un altro dato niente affatto scontato: una quota rilevante di tali contratti è stipulata con lavoratori “anziani”, delle classi d’età over 50. Tale quota mantiene integralmente la sua entità, solo sfiorata in modo anticiclico dalla congiuntura economica (vedi l’andamento del “crinale” più in alto della Figura 18b). I contratti atipici stipulati con i giovani, fortemente presenti all’inizio del periodo, declinano invece nel corso degli anni per la contrazione dei giovani occupati di cui si è appena detto.

Figura 17 - Destinazione degli investimenti (2000/08) e domanda d’immigrazione (2000/11) in provincia di Modena

a) Fonte: R.Giardino, CCIAA MO 2009
b) Fonte: elaborazione propria dati INAIL

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Il fenomeno può avere due spiegazioni legate a fenomeni diversi, ma non necessariamente in contraddizione.

Figura 18 - Evoluzione della distribuzione degli occupati e degli atipici per classi d'età

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Fonte: elaborazione propria dati INAIL

Il primo motivo potrebbe essere la presenza non trascurabile di un segmento di lavoratori molto fragile che orbita in modo precario ai confini dell’impresa, occupato soprattutto in mansioni di servizio. Dall’altro lato, all’opposto, l’andamento osservabile in figura, può indicare un segmento contenente lavoratori ad alto livello di competenze, pensionati ex-tecnici o quadri, professionalità specifiche formate nell’impresa che forniscono servizi di natura “professionale”. Se così fosse, ci troveremmo di fronte ad imprese che probabilmente “comprano” all’esterno i servizi erogati da competenze che hanno loro stesse formato in passato, evitando o riducendo i processi formativi interni di nuove professionalità specifiche. Tutto ciò aumenterebbe il rischio di una grave interruzione del flusso di trasmissione di conoscenze intergenerazionali, uno dei principali collanti in tutti i team di lavoro.
  1. Infatti, i dati disponibili non provengono da una consultazione diretta di un data warehouse ufficiale, ma sono il risultato della cortesia istituzionale di alcuni funzionari dell’ente e l’abilità intelligente dei tecnici preposti all’informatizzazione dei dati amministrativi raccolti, che hanno permesso l’estrazione una tantum delle query proposte: a tutti loro va il mio più vivo ringraziamento. Gli “ipercubi”, da cui provengono i dati commentati di seguito, sono due per ogni comparto studiato. Il primo ha come unità di aggregazione delle osservazioni la classe di dimensione dell’impresa di appartenenza, il secondo le classi d’età degli occupati: in entrambi, i lavoratori sono stimati sul numero di periodi assicurativi coperti nell’anno, riportati al periodo standard di lavoro. Si dispone infine dei dati sugli assicurati in serie storica, divisi per forma contrattuale di partecipazione (tempo indeterminato, parasubordinato, e interinale), area di provenienza geografica degli addetti (italiani e immigrati) e tipologia di mobilità che ha determinato l’attivazione/risoluzione del contratto assicurativo (nuove posizioni, ingressi ed uscite). In sintesi, per ragioni di privacy, non si dispone del link diretto tra occupato e impresa di appartenenza, bensì tra il gruppo di occupati – con determinate caratteristiche (tipo di contratto, forma di mobilità e area di provenienza) – e quel gruppo d’imprese, in quel comparto, di quella classe di dimensione, in quell’anno. Per questo motivo, anche il numero puntuale delle imprese per classe di dimensione è una stima, ottenuta dal rapporto tra il numero degli occupati totali raccolti in una classe e il valore mediano della stessa.
  2. In altri termini, una contrazione degli effetti di scala e, quindi, una riduzione del valore della α della distribuzione di Pareto/Zipf nei diversi cluster. Sempre a questo proposito, si comprende anche visivamente quanto già detto nel commento alla Tab. 1, sulla contrazione delle produttività dei cluster delle dimensioni fino a 20 e da 50 a 250 addetti.
  3. Ad esempio, nell’agroalimentare i processi “fordisti” nelle linee di lavorazione delle carni suine consentono di sezionare 6-8 maiali al minuto: una grande mobilità del lavoro in uscita (molto alta data la durezza delle mansioni) è anche un grave onere in termini di ricerca, addestramento e aumento del rischio d’infortuni per i nuovi assunti. Diverso è ancora il caso nei comparti dove la conservazione delle specifiche competenze tecniche delle maestranze è un fattore strategico (es. l’ingranaggeria) e la mobilità è praticamente inesistente.
  4. Anche su questo specifico orizzonte mesoeconomico della provincia di Modena, si vede come l’attuale fase di crisi e stagnazione – particolarmente profonda proprio nei centri motori della precedente fase di sviluppo – sia stata preceduta e condizionata da una fase “bulimica” d’impieghi non sostenibili ed “irrazionali” registrata anche a livello macroeconomico (Brandolini e Bugamelli, 2009); e, sempre a questo proposito, è utile riflettere ancora sull’andamento dell’occupazione per forme contrattuali riportato nella Figura 13b. Inoltre, i possibili esercizi di verifica incrociata sul pessimo stato delle risorse e del cattivo funzionamento del sistema sono numerosi: ad esempio, circa le modalità di crescita del comparto dei trasporti, dell’edilizia e del settore dei servizi alle imprese la narrativa può attingere ampiamente, oltre che agli studi settoriali, ai fatti di cronaca che testimoniano un crescente inquinamento dell’economia criminale. Non è affatto un caso che il movimento cooperativo si trovi, proprio in questi settori, a difendere in prima linea i suoi valori d’impresa e la sua reputazione. Infatti è proprio nei settori dei trasporti, dell’edilizia e dei servizi all’impresa che sono nate come funghi coop non aderenti a nessuna delle organizzazioni ufficiali e, quindi, dove il controllo ministeriale sulla correttezza del comportamento – previsto dalla normativa per le coop non aderenti a nessuna organizzazione – è, nei fatti, inesistente. Questo provoca un crescente impulso alla concorrenza sleale prima, e ad progressivo allargamento dell’area economica coperta dalla cattiva impresa come conseguenza strutturale di lungo periodo.
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