Criteri economici

In letteratura il concetto di settore strategico è prevalentemente definito rispetto a obiettivi economici, in particolare rispetto alla differente capacità dei settori di favorire la crescita dell’economia.

In questo ambito un primo criterio ricorrente per valutare l’importanza strategica di un settore è la sua competitività. I cambiamenti che caratterizzano il contesto concorrenziale in cui operano i soggetti economici, come ad esempio, l’adozione di una nuova tecnologia, o l’ingresso di un nuovo concorrente, impongono alle imprese di un determinato settore continui miglioramenti dell’organizzazione della produzione nel tempo, verso nuovi prodotti o nuovi processi produttivi (Malerba, 2002; Bianchi et al., 2006; Spender, 2012). In questo quadro solamente le imprese in grado di adeguarsi ai continui mutamenti del contesto competitivo saranno in grado di sopravvivere.

Questa prospettiva di continua evoluzione dell’organizzazione della produzione nel tempo, su cui si gioca la competitività d’impresa, ha incentrato l’attenzione del dibattito sui settori strategici verso le industrie più dinamiche, capaci di sviluppare importanti economie di scala, caratterizzate da un elevato contenuto tecnologico e di capitale, ad alto valore aggiunto, e in grado di realizzare le migliori performance in termini di profitti ed esportazioni (Krugman, 1987; Michalski, 1991; Soete, 1991; Stevens, 1991; Teece, 1991; Yoshitomi, 1991).

In modo analogo, alcuni autori pongono l’accento su come lo sviluppo della competitività comporti per il settore la continua acquisizione di conoscenza, come fattore produttivo fondamentale per la capacità del settore di innovare nel tempo, realizzando nuovi prodotti o nuovi processi produttivi (Bianchi et al, 2006; Bugamelli et al., 2014). In linea con questa logica, Libicki (1990), ad esempio, definisce le industrie strategiche come “those that best foster the systematic application of knowledge to generate more and better outputs from inputs” (Libicki, 1990, p. 1).

Anche Justin Lin, Chief Economist della Banca Mondiale dal 2008 al 2012 ha recentemente proposto una prospettiva dinamica nel definire i settori strategici. Coerentemente con l’idea che diversi settori sono caratterizzati da un differente potenziale di crescita, il governo dovrebbe promuovere l’adeguamento strutturale dell’economia, favorendo lo sviluppo delle capacità tecniche e organizzative delle imprese che operano in “particolari” settori. Tuttavia, un punto cruciale che caratterizza l’approccio di Lin, è che il governo dovrebbe scegliere i settori strategici in modo coerente con i vantaggi comparati dell’economia (Lin, 2010, 2012). In particolare Lin (2012) e Monga (2012) definiscono i settori strategici come quelli caratterizzati da “vantaggi comparati latenti”, sostenendo che le migliori possibilità di successo della politica industriale sono connesse proprio alla promozione di settori che risultano coerenti con i vantaggi comparati dell’economia (Monga, 2012, p. 161).

Chiaramente, anche in questo contesto, come identificare i settori con un vantaggio comparato latente risulta ancora una volta una questione cruciale (Wade, 2012, p. 235).[1]

Un altro importante criterio che la letteratura ha utilizzato per individuare settori potenzialmente strategici, in virtù della loro capacità di favorire la crescita dell’economia, è il livello di interdipendenza tra diverse attività economiche. Sotto questo profilo, diversi autori riconoscono tra i criteri che definiscono un settore strategico il livello di esternalità positive che produce e il grado di interconnessione a monte e a valle con altri settori (Hirschman, 1958; Krugman, 1987; Michalski, 1991; Soete, 1991; Stevens, 1991; Teece, 1991; Yang, 1993; Chang et al, 2013; Andreoni and Scazzieri, 2014).

Hirschman (1958) in particolare mostra come settori caratterizzati da forti interconnessioni a monte, cioè industrie che acquistano input da numerosi settori dell’economia, abbiano la capacità di aumentare la produzione economica complessiva attraverso un incremento del livello della domanda per tutti i settori cui sono collegati. Settori caratterizzati invece da forti interconnessioni a valle, cioè industrie che vendono il proprio output a numerosi settori dell’economia (come beni intermedi), detengono la capacità di indurre un aumento del consumo complessivo, in quanto un incremento della produzione in tali settori può tradursi in un aumento dell’offerta rivolta a tutti gli altri settori cui sono collegati. [2]

Tuttavia dagli anni ’90 circa, l’approccio di politica industriale basato sulla valutazione dei collegamenti a monte e a valle di un settore sembra essere stato messo in discussione da gran parte della letteratura economica, perdendo rilevanza. La progressiva liberalizzazione dei mercati di quel periodo ha spostato l’attenzione del governo verso la regolazione delle dinamiche economiche nazionali e internazionali e verso la capacità delle imprese di inserirsi in reti globali di fornitura e di vendita (Gereffi et al., 2005; Pack e Saggi, 2006; Gibbon et al., 2008; Pietrobelli e Rabellotti, 2011; Elms e Low 2013; Giunta et al., 2012; Arrighetti e Ninni, 2014).

In altri casi, le pratiche di politica industriale comuni a molti governi mostrano come alcuni settori possono essere considerati strategici per via del loro peso nell’economia, stimolando una domanda di politiche atte a riorganizzare le industrie più antiche e tradizionali del territorio. La rilevanza di un settore nell’economia in termini, per esempio, di quantità di lavoro creata, potrebbe quindi di per sé dare particolare importanza a un certo settore. Questo aspetto è spesso associato a settori che sono parte di un sistema economico da lungo tempo e hanno accumulato know-how, capitale umano specifico, reti di approvvigionamento e reputazione, a livelli elevati, al punto che la transizione dell’economia verso altri settori sarebbe troppo costosa dal punto di vista economico e sociale (vedi, ad esempio, Chang, 2003; Whitford, 2005).
  1. Su questo punto vedi anche Lin e Chang (2009); Chang et al (2013)
  2. In questo ambito diversi lavori empirici sono stati condotti per migliorare le tecniche di analisi delle interconnessioni a monte e a valle di un settore (input-output analysis) (si vedano, ad esempio, i contributi di Laumas, 1975; Oosterhaven, 1988; Los, 2001).
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